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Torna dal 7 Luglio 2016 la Pirandelliana nel Giardino della Basilica di Sant'Alessio all'Aventino

giugno 13, 2016 - News

PIRANDELLIANA 2016  (XX Edizione)

dal 7 luglio al 7 agosto

ENRICO IV

(in scena il martedì, il giovedì e il sabato ovvero il 7, 9, 12, 14, 16, 19, 21, 23, 26, 28 e 30 luglio –  il 2, 4 e 6 agosto)

LA GIARA – L’ALTRO FIGLIO

(in scena il mercoledì, il venerdì e la domenica ovvero l’8, 10, 13, 15, 17, 20, 22, 24, 27, 29 e 31 luglio – il 3, 5, e 7 agosto)

Regia di Marcello Amici

Giardino della Basilica dei Santi Bonifacio e Alessio all’Aventino – Piazza S. Alessio 23, Roma

Dal 1997 (102.472 gli spettatori!) – organizzata dalla Compagnia Teatrale La bottega delle maschere diretta da Marcello Amici – Pirandelliana è una delle rassegne di teatro più importanti dell’Estate Romana. Iniziata nel 1997 nel Teatro Romano di Ostia Antica, dal 1999 la Rassegna ha proseguito la sua storia nel Giardino della Basilica di Sant’Alessio, uno degli spazi più intensi dell’Aventino che si affaccia come un solenne balcone sulla Città. È un luogo antico e austero, silenzioso, intenso, il più elegante dell’Estate Romana. L’aria che si respira nel Teatro della Bottega non è raddensata, austera, severa, ma è ironica tragedia e commedia tragica. È teatro pirandelliano che nella sua XX Edizione affronta il problema della solitudine esistenziale che opprime e condiziona.

La Rassegna si svolgerà dal 7 luglio al 7 agosto 2016 e conterrà:

– Enrico IV (in scena il martedì, il giovedì, il sabato);

La giara, L’altro figlio (in scena il mercoledì, il venerdì, la domenica).

ENRICO IV
Circa vent’anni addietro, in tempo di carnevale, c’era stata una cavalcata in costume nella quale ognuno aveva rappresentato un personaggio storico con la sua dama accanto. Uno di loro, mascherato da Enrico IV di Germania, durante la sfilata cadde da cavallo, batté la testa e rimase fisso, per vent’anni, nel suo personaggio. È l’antefatto.
Ora egli vive – Enrico IV –  in una villa solitaria dove, un giorno, si presentano quella che fu la sua dama accanto, il suo rivale in amore che fece springare il suo cavallo fac

endolo cadere e un medico alienista che con un trucco spera di guarirlo come un orologio che si sia arrestato a una certa ora e che si rimetta a segnare il tempo, dopo un così lungo arresto. Il mascherato, nel frattempo, è guarito, lo confessa lui stesso. Se ne era accorto un giorno, ma aveva preferito restare pazzo. Come un vecchio attore, aveva voluto rimanere nei panni del suo personaggio per viverla con la più lucida coscienza l
a sua pazzia. Sul finale, quello che fu il suo rivale in amore scopre che Enrico IV non è più un pazzo e senza indugi rivela a tutti l’inganno angoscioso. Il racconto conclude drammaticamente.

LA GIARA
Piena anche per gli olivi quell’annata. Don Lolò aveva comprato un’altra giara, bella panciuta e maestosa che un giorno misteriosamente viene trovata spaccata in due. Si consulta Ziʹ Dima, un conciabrocche che per il suo mestiere utilizza un mastice miracoloso. Don Lolò, però, non sente ragioni, la sua giara dovrà essere ricucita con punti di ferro. A malincuore, Ziʹ Dima inizia la riparazione, ma nell’accomodare la giara vi rimane goffamente intrappolato dentro per non averne calcolato il collo stretto e, tantomeno, l’ingombro della sua gobba. L’unico modo per uscirne è quello di rompere la giara. L’avvocato Scimè sentenzia che qualora ciò avvenisse, Ziʹ Dima dovrebbe poi pagare, come indennizzo, il valore attribuito alla giara così riparata. Il conc
iabrocche rifiuta e si rintana nel recipiente come in un involucro difensivo. Don Lolò, infuriato, con uno spintone manda a rotolare giù per la costa la giara che va a spaccarsi contro un olivo. La vince Ziʹ Dima che riacquista la libertà e viene portato in trionfo nella notte di luna dagli abbacchiatori e dalle raccoglitrici d’oliva  in festa.
L’ALTRO FIGLIO
Nel sottofondo, la messinscena percorre il fenomeno della grande emigrazione siciliana nei primi anni del Novecento.
Maragrazia è l’interprete di un rituale quasi grottesco, la stesura di una lettera che non arriverà mai, e del lamento di una madre abbandonata da cui emergono continue dissonanze che fanno intravedere interessi assai meno nobili e una personalità forte e complessa. È un’umile donna del popolo, vedova, ridotta a mendicare, sofferente perché non riceve più notizie dai due figli emigrati in America. Analfabeta, da anni scrive loro con l’aiuto di una paesana, ma i figli non hanno mai risposto, si sono dimenticati della loro madre. Nel paese c’è un altro figlio che vorrebbe prendersi cura di lei, ma la donna non lo vuole considerare come suo: è il frutto di uno stupro che la donna ha dovuto subire da parte di un brigante, lo stesso che uccise suo marito. La donna si rende conto che questo figlio non voluto meriterebbe quell’affetto che lei riserva agli ingrati figli lontani, ma sente di non poter cambiare perché è il sangue che si ribella, tanto è forte il disgusto per l’uomo che uccise il marito e la mise incinta. La scena è scarna, i richiami di chi parte sono un’eco che invade la scena e si fondono con il suono dell’armonica di Jaco Spina, la voce cruda di una terra tradita da quei migranti che partono fingendo allegria; chi è già in America regala illusioni di ricchezza e benessere, chi rimane ha nel cuore cose nere e la consapevolezza che nulla cambierà.