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Zio Vanja al Teatro Arcobaleno

Apr 20, 2016 - News
1 – 24 aprile 2016
venerdì e sabato ore 21:00 – domenica ore 17:30
ZIO VANJA *
di:
Anton Čechov
uno spettacolo di Duccio Camerini

con Francesca Sgheri, M. Vittoria Pellecchia, Duccio Camerini

musiche Alchimusika

Note:

Un grande classico del teatro moderno, forse il capolavoro di Čechov. “Scene di vita di campagna” scriveva l’autore per definire il suo testo, che ancora oggi resta indefinibile, e al di là di facili scorciatoie e catalogazioni. Una tragedia sommessa ma in fondo ridicola, una commedia a volte triste, che tratta dell’età che ognuno di noi ha, in rapporto ai sogni pericolosi e al tempo che passa silenzioso. C’è una porta, che prima o poi si chiude dietro di noi, incasellandoci in una forma. Il tempo della forma è la vecchiaia, quella che limita i nostri movimenti, interni ed esterni, che per tutta la vita Čechov ha fuggito, morendo prima di farsi incasellare. Vecchio non è diventato mai.

Note di Regia:

Un grande classico del teatro moderno, “scene di vita di campagna” scriveva l’autore per definire il suo testo, che ancora oggi resta per fortuna indefinibile, e al di là di facili scorciatoie e  catalogazioni  televisivo-contemporanee. Una tragedia sommessa ma in fondo ridicola, una commedia a volte triste. Chissà. Tutto il teatro di quest’uomo morto a soli quarant’anni, dopo aver speso una vita tra onestà impegno e futilità, una vita densa come quella di un ottantenne, tutto il suo teatro è ancora oggi non incasellabile, e ha aperto la strada agli assurdi di Beckett, Pinter, etc. Ancora oggi sentiamo Čechov come il più giovane e irrisolto dei nostri autori. Infatti questo ragazzo invecchiato, che arrossiva quando incontrava Tolstoj, doveva proprio all’ossimoro della sua esistenza la sua principale energia creativa: lui era due persone, aveva due età, era ragazzo ma anche uomo. Era ingenuo e disincantato. In lui, la “linea d’ombra” di Conrad, non era così facile da trovare. Forse ogni giorno aveva la sua nuova linea d’ombra, che lui doveva scavalcare. Il nostro spettacolo parla proprio di questo: dell’età che ognuno di noi ha, in rapporto ai suoi pericolosi sogni e al tempo che passa silenzioso. C’è una linea, una porta, che prima o poi si chiude dietro di te, incasellandoti in una forma, proprio quello che per tutta la vita Čechov ha fuggito per sentirsi al di sopra della morte. Il tempo della forma è la vecchiaia, la vera vecchiaia, quella che limita i nostri movimenti, interni ed esterni. Antoscia Cechonté, questo era il suo nomignolo d’arte da giovane, quando sperimentava i suoi primi racconti, ha fregato la morte, morendo prima di farsi incasellare. Vecchio non ci è diventato mai.

Duccio Camerini